Will P. (p_will) wrote,
Will P.
p_will

Se fossi gatto, MIAO [FOB; Andy/Joe]

Lo soooooo che ho latitato da far schifo e ho saltato un sacco di compleanni di bandomboys e che devo rispondere a/leggere/CAGARMI un migliaio di post, ma my life, so hard ;_; e non ci si mette solo un carico oRendo di roba da studiare ma pure la connessione che fa SCHIFO, sigh.
Quindi, facciamo finta di niente e buona Pasqua! Pasquetta. Whatever - my kittyfic, let me show you it \o/

Titolo: Se fossi gatto, MIAO
Autore: p_will
Beta: harleen313 & mrs_toro_or <3
Personaggi/pairings: Fall Out Boy > Andy/Joe, Pete, Patrick (guest starring Jon Walker in collegamento telefonico)
Rating: pg15
Avvertimenti: what if?, pseudo-angst, ragazzi che si rotolano su un letto, fluff like WOAH. Sul serio, è una cosa vergognosa.
Conteggio parle: +9000 wtf spegnetemi ;_;
Disclaimer: L'ultima volta che ho controllato Andy Hurley non era un gatto. Kudos invece a chi coglie la citazione del titolo :°D
Note: Sì, be' - sono fissata con Andy, sono fissata coi gatti: era inevitabile. A chi interessasse, kitteh!Andy è un po' così *ama senza ritegno*
Dedica: buona Pasqua! :D in ritardo perchè la mia connessione mi odia -_-" Con tanto ammore a tutte voi deliziose fanciulle <33 e al mio gatto che mentre scrivevo dormiva sempre sulla scrivania (dove non era mai salito in nove anni. È il destyno!) <3
Summary: Un giorno Andy si sveglia e ha la coda. Non tutti la prenderanno bene.


Era una mattina di fine novembre quella in cui trovarono un gatto sul cuscino di Andy.

Se ne accorsero solo dopo un po’, e solo perché andarono a controllare in camera sua stupiti che non si fosse ancora alzato, con tutto che era ora di pranzo. Quando Patrick, poi, si affacciò nella stanza, ci mise qualche secondo a capire che la palla di pelo che sbucava dalle coperte non era la testa di Andy. Anzitutto, era troppo grossa.

Secondo, aveva miagolato.

«Pete» gridò per le scale, senza staccare gli occhi dalla palla di pelo che si era alzata e si stava stiracchiando. «Da quanto hai un gatto?»

«Io non ho un gatto!» giunse dal piano di sotto la risposta allegra, come se quella di Patrick fosse una domanda perfettamente sensata.

«Sono abbastanza certo del contrario» borbottò, entrando nella camera e accendendo la luce. La palla di pelo gorgogliò qualcosa.

«Che succede?» Joe comparve alle sue spalle sbirciando oltre la testa di Patrick. «Pete ha preso un gatto? Dov’è Andy?»

«Non ho preso un gatto» ripeté Pete dalla cucina. Sentirono un rimestio attutito poi dei passi su per le scale e anche Pete arrivò a sbirciare oltre la testa di Joe… o almeno a saltellare stupidamente nel tentativo. «Ma hey, a quanto pare l’ho fatto e mi sono scordato.»

Il gatto intanto sedeva composto in cima al cuscino di Andy, osservandoli tutti attentamente. Era un bell’animale, a pelo lungo, di un colore indefinito tra il marrone e il rossiccio con delle complesse striature su tutta la pelliccia e una candida chiazza bianca su parte del musetto e il petto; aveva lo sguardo attento e un’orecchia abbassata. Sembrava perplesso.

Le abbassò entrambe diventando chiaramente perplesso quando Pete gli saltellò incontro e lo tirò su sballottandolo in aria. «Gattino! Sei un gattino?» Lo alzò più in alto con aria critica prima di illuminarsi tutto. «Ma sì che sei un gattino, anche se ce l’hai talmente piccolo che-»

“Gattino” ricadde sul materasso con un soffio mentre Pete si stringeva la guancia sanguinante. «Credo tu l’abbia… offeso» commentò Patrick, sforzandosi di restare serio al contrario di Joe, che si stava rotolando insensibilmente.

«Questo gatto è uno stronzo» borbottò Pete guardando male la creatura in questione. La creatura ricambiò con entusiasmo. «Solo Andy poteva prendersi una cosa del genere. O anche Spencer» aggiunse, pensieroso.

«A questo proposito… dov’è Andy?»

Il gatto miagolò.

«Non è in casa?» chiese Joe, guardandosi in giro. «Ma se ieri è andato a letto prima di noi e non s’è visto fin’adesso…»

«Be’, non dev’essere uscito, tutta la sua roba è qui.»

«Ma non è in casa» puntualizzò Patrick, con una vena d’irritazione. Odiava quando gli facevano ripetere tutto tremila volte. «Non si trova da nessuna parte.»

Il gatto si avvicinò al bordo del letto e miagolò. Joe andò a dargli qualche buffetto mentre si passava una mano tra i capelli. «Sicuro? Non è che è tipo in garage, o a fare una corsa… uhm, senza scarpe e vestiti. Nah, non è fuori.»

Patrick alzò gli occhi al cielo. «Vado a chiamare Mixon» annunciò uscendo dalla stanza.

Il gatto miagolò ancora.

«Ha fame la carogna?» Pete si sedette su un angolo del letto abbastanza lontano dalla bestiaccia, intento a tamponarsi il graffio con la manica della felpa. Il graffio nemmeno sanguinava più ma, insomma, era il principio.

«Boh?» Joe si sedette tra lui e il gatto, continuando distrattamente a grattargli la testolina mentre cercava di sentire quello che Patrick, in corridoio, stava dicendo a Mixon. Il gatto gli sgusciò sotto il braccio e gli montò sulle gambe, iniziando a dargli qualche zampata sulla pancia.

Joe abbassò lo sguardo, interrogativo. Il gatto lo guardò seriamente - seriamente? Poteva essere serio un animale? - con i suoi occhi chiari e miagolò forte.

E nella testa di Joe si formulò un pensiero senza senso.

«Pete…» Prese il gatto in braccio, allontanandolo come per studiarlo meglio, poi lo sbatté sotto il naso di Pete sordo alle proteste di entrambi. «Pete, non ti sembra familiare?»

Pete colse al volo l’occasione per guardare Joe come se fosse pazzo (non capitava spesso che fosse lui a poterlo fare), ma si mise comunque ad osservare la bestiola. Espressione scazzata a parte, era un banale gatto: orecchie a punta, naso, baffi, tanto pelo. Tanto pelo, davvero. E aveva dei segni strani sul muso, attorno agli occhi, come… «Ma certo, degli occhiali!» esclamò, battendo le manine. «Joe, ma questa è la McGranitt!»

Joe decise che era ora che Pete smettesse di farsi dare consigli di lettura da Iero.

«Matt dice che Andy dovrebbe essere qui» borbottò Patrick rientrando con il cellulare ancora in mano. «Visto che non è qui - e ci è voluto per farglielo capire, eh…»

«Patrick» lo chiamò Joe, alzandosi con il gatto tra le braccia. Quando Patrick si girò glielo piazzò davanti alla faccia e ripeté: «Non ti ricorda qualcuno?»

«È chiaramente la McGranitt» chiocciò Pete dal letto, pieno di rinnovato affetto per la creatura che aveva tentato di fargli una plastica facciale.

Patrick e il gatto si guardarono negli occhi, e Joe pregò che fosse solo una sua impressione. Vide Patrick accigliarsi, togliersi gli occhiali e farsi mortalmente serio, mentre il gatto muoveva lentamente la coda. Patrick aprì la bocca e rimase per un attimo così, incerto. «Joe, non-»

A quel punto il gatto miagolò di nuovo, e lo sguardo che passò tra Patrick e Joe fu la cosa che fece veramente preoccupare Pete. «Uhm, ragazzi…?»

«Abbiamo trovato Andy.»

*

Riuniti attorno al tavolo della cucina, su cui avevano piazzato il gatto che ora li stava fissando rigido come una statua, a parte per la punta della coda che scattava di tanto in tanto, i ragazzi si trovavano ad affrontare un Problema.

«Non può essere» mormorò Patrick.

«No» convenne Joe.

Fissarono il gatto un altro po’. «…però è» fece Pete con una specie di perverso timore reverenziale.

«No che non è!» sbottò Patrick. «Andy sarà uscito, è così difficile da ipotizzare?»

«Certo, è uscito di nascosto, senza cellulare, senza portafogli, senza occhiali, e ci ha lasciato quello.»

«Magari l’ha trovato abbandonato qui davanti e, che ne so, è andato a comprare del cibo per gatti…»

Patrick si sedette e si prese la fronte tra le mani, togliendosi il cappello. Il micio gli si avvicinò e gli diede un colpetto al braccio con la testolina. Patrick lo guardò affranto. «Non sei Andy, vero?» Non si sorpresero più a sentirsi rispondere con un miagolio.

«Potrebbe essere un’allucinazione. Io potrei aver fumato» suggerì Joe speranzoso.

«Nah, posso assicurarvi che mi ha fatto male, prima» disse Pete. Si chinò a grattare le orecchie di Hemingway che li aveva seguiti per tutto il tempo e ora stava gironzolando curioso sotto il tavolo. Finora nessuno dei presenti a quattro zampe aveva avuto modo di scontrarsi, almeno.

«Sì, ma non succede che la gente si trasformi in gatto!» Patrick sembrava un uomo sull’orlo della crisi isterica. Un uomo sull’orlo della crisi isterica che fa i grattini ad un micetto intento ad annusargli il cappello. Oh, erano materiale da casa di cura, tutti quanti.

«Trick, è inutile» Pete si mise a fare i grattini a Patrick per farlo calmare. «Adesso c’è da capire come farlo tornare normale.»

Si guardarono tutti negli occhi, con un improvviso terrore. La tensione rese irrequieto il gatt- Andy. Andy, porca miseria, che era un gatto e non sapevano come curarlo, o quando sarebbe tornato Andy.

O se, nessuno ebbe il coraggio di dire.

«Okay. Okay» disse Patrick, facendo un respiro profondo. Tanto più lui sembrava tornare in sé quanto più Joe sentiva il bisogno di sedersi. O vomitare. «Adesso dobbiamo pensare a, tipo, dargli da mangiare.»

Pete diede prova del suo perfetto tempismo scoppiando a ridere. «Oddio, Andy è un carnivoro

…in effetti era divertente. Divertente nel senso perverso del termine.

Patrick sembrava avere davvero bisogno di qualcosa di forte da bere, o di dare una testata sul tavolo. «Calma» mormorò, massaggiandosi le tempie. «Ci serve qualcuno che sappia qualcosa di gatti.» Guardò Pete, che aveva già preso a pigiare tasti come una furia sul suo sidekick.

*

La prima cosa che fece Jon quando lo informarono di essere entrati in possesso di un felino (“No, non l’abbiamo rapito. Giuro! È… una storia lunga, okay, che poi che ti cambia? Sì. Sì, ha ancora la coda attaccata.”) fu chiedere delle foto. Per - sapete - scoprire di che razza è. Dal tono si capiva chiaramente che quello che voleva farci in realtà era stamparle e poterci fare gli occhi a stellina davanti. Magari farle vedere anche a Brendon.

Disse che era un norvegese, ma il pelo non era normale; di solito i norvegesi avevano più chiazze bianche e meno striature. Nessuna, per la verità. E che roba erano tutti quei segni sulle zampe e il muso, poi?

«Mi dispiace di essere in Nevada coi ragazzi o avrei potuto tenervelo io» gracchiò dal vivavoce del sidekick di Pete.

«Meglio che stia con noi, fidati» sospirò Patrick.

«Come l’avete chiamato, ad ogni modo?» chiese Jon allegramente.

Joe e Patrick si guardarono nel panico. «Io lo chiamo Stronzo» supplì fortunatamente Pete, ghignando. Il gatto - Andy gli voltò le spalle molto teatralmente.

«Be’, dovreste farlo guardare, comunque.»

«Dal dottore?»

«…dal veterinario» disse Jon perplesso. «Tutto bene Patrick?»

«Certo, certo. Ma non ce n’è bisogno, andiamo-»

«Dovete farlo vaccinare» lo interruppe Jon col tono di chi non ammette repliche. «Dovete farlo controllare e sapere se va tutto bene. Potrebbe avere le pulci, o i vermi.»

«Oh signore dimmi che non sto avendo questa conversazione» disse Patrick sottovoce mentre Pete rideva, apparentemente esilarato dall’idea che il loro batterista potesse avere le pulci. O i vermi, Dio santo.

«Conosci qualcuno?» Joe lasciò Pete e Patrick alle rispettive crisi e segnò l’indirizzo che Jon gli dettava. Aveva deciso che se volevano chiudere questa storia in fretta qualcuno doveva prendere in mano la situazione, con nervi saldi; non poteva permettersi il lusso di un attacco di panico. Ne avrebbe avuti a bizzeffe quando Andy fosse tornato Andy, sicuro, ma per il momento no. Per la sanità mentale di tutti.

*

L’ambulatorio dove Jon li aveva mandati era in una viuzza un po’ nascosta del suo quartiere, in una palazzina bassa dall’aria anonima; la sala d’aspetto era tappezzata da disegni di animali alle pareti, piena di poster sulle razze canine e vecchie signore con botoli al seguito, o famigliole raccolte attorno all’animale malato di turno. Il genere di gente che non aveva la più pallida idea di chi fossero loro, grazie al cielo (e a JonWalker).

La veterinaria era una signora sui quarant’anni con una lunga treccia di capelli neri e l’aria seria. Li fece accomodare e iniziò subito a guardarli male, non tanto per il loro essere tre ragazzi vestiti da casi umani in una rispettabile clinica veterinaria (la felpa di Pete e le scarpe di Patrick se la battevano quanto a grado di pugno-in-un-occhio) ma per come stavano portando in giro la povera bestiolina.

«È che, sa, non avevamo un…» Joe biascicò qualcosa con aria colpevole e adagiò il ga- Andy, che stava tenendo in braccio, sul tavolo.

«Avrete bisogno di un trasportino» disse severamente la donna prima di prendere Andy e sistemarsi gli occhiali sul naso. «È un maschio, avete detto? Strano, è di taglia particolarmente piccola…»

«È un maschio» disse in fretta Patrick per evitare che Andy si agitasse di più, visto come già smuoveva la coda.

«E quanti anni ha?»

«Uh…»

«Capisco, l’avete trovato per strada» commentò addolcita, controllando le orecchie del micio con un faretto, poi i denti e la bocca. «Come l’avete chiamato?»

Joe pestò il piede di Pete prima che potesse aprire bocca e lasciò che Patrick dicesse: «Andy» e si beccasse l’inevitabile occhiata perplessa.

La veterinaria lo sprimacciò un po’ in lungo e in largo finché non si ritenne soddisfatta. «È in gran forma e non sembra avere parassiti. Gli misuriamo la temperatura, facciamo i vaccini standard e abbiamo finito» annunciò allegramente mentre tirava fuori da una credenza un termometro e un vasetto.

Andy, che fino a quel momento era rimasto calmo e immobile, sbarrò gli occhi. «Temperatura? Dove?» chiese Patrick perplesso.

«Rettale, naturalmente.»

Pete si girò per non far vedere di avere le lacrime agli occhi dal ridere, mentre Patrick impallidiva lentamente. Joe sentì di dover dire qualcosa quando Andy gli conficcò gli artigli nella manica del giubbotto in un tentativo di scalata verso la salvezza. «È proprio…» guardò la donna stappare il barattolino e cospargere un po’ della roba al suo interno sul termometro. «…necessario?»

La veterinaria rise gioviale. «Suvvia, con la vasellina non sentirà nulla! Guardate, il termometro è addirittura flessibile!»

Quella donna era cattiva.

«Andiamo, lo guardi» intervenne anche Patrick indicando Andy e il suo pelo gonfio. «Non ha detto che è in perfetta forma?»

«Sì, ma è un esame…» la signora si fermò, incerta. Guardò Andy, intento ad arrampicarsi sul braccio di Joe, poi gli occhioni imploranti di Joe, il faccino triste di Patrick e… no, non guardò Pete che era inutile, ma quello che vide bastò a farla desistere. «Va bene, va bene. Basta che mi fate fare la puntura!»

Con l’iniezione Andy fu molto, molto più calmo, probabilmente perché in vita sua aveva passato tanto di quel tempo sotto gli aghi che, gatto o non gatto, non gli facevano più nessun effetto. La veterinaria tentò un paio di volte a convincerli a lasciarle misurare la temperatura - “È stato così buono con la puntura, cosa sarà questo!” - ma Joe, Patrick e, quando ebbe smesso di far finta di non ridere, Pete furono inamovibili.

Lasciarono l’ambulatorio con un libretto sanitario nuovo di pacca per “Andy Trohman” (Pete era definitivamente morto quando la veterinaria aveva chiesto il cognome di Joe perché, sa, vanno registrati sotto il cognome del padrone, ed è suo, no?), una lista di raccomandazioni lunga quanto l’altrettanto nuova coda di Andy e nessuna idea su cosa fare poi.

«Dove andiamo?» chiese Joe dal sedile posteriore della macchina di Patrick, dove stava facendo giocare Andy con un laccio della felpa; dopo tutti gli sballottamenti credeva dovesse svagarsi un po’.

«A fare spesa» Patrick scacciò lontano dallo stereo la mano di Pete e riprese: «Ti serviranno cibo per gatti, una lettiera e roba del genere.»

«Ok.» Fece fare ad Andy una capriola particolarmente acrobatica poi si bloccò con il laccio a mezz’aria, voltandosi allibito verso i sedili anteriori. Andy approfittò dell’inerzia del suo nemico per mordicchiare il filo. «No aspetta - “mi” servirà?»

Pete e Patrick gli lanciarono due occhiate identiche attraverso lo specchietto retrovisore. Erano inquietanti, ogni tanto. «Amico, da me c’è Hemmy» disse Pete, appoggiando il gomito sulla spalliera del sedile per girarsi. «Che è buono e tutto, ma non ho intenzione di annullare il prossimo tour con la scusa del “il cane mi ha mangiato il batterista”.»

«Io non sono mai a casa» continuò Patrick. «E, sinceramente? Gli animali sporcano. Senza offesa, Andy.»

«Poi,» Pete ghignò, e Joe avvertì fisicamente quello che stava per arrivare. «È Andy Trohman, no? Che tra l’altro suona molto meglio di Joe Hurley, perciò sappiamo chi prenderà il cognome di chi quando vi sposerete. Anche se avevo sempre pensato il contrario.»

«Wentz, non provocare la creatura» minacciò Joe, sollevando Andy e spiaccicandolo sulla faccia di Pete. La creatura non se lo fece ripetere due volte e piantò gli unghielli nel gomito di Pete, che imprecò scattando nel campo visivo di Patrick, che sbandò in piena curva.

«Smettetela! Joe, non usare Andy come un peluche! …o ti levano la custodia.»

«Stump» borbottò Joe rimettendosi Andy sulle gambe e lasciando che riprendesse a giocare felice con la sua felpa. «La prossima volta te lo tiro.

*

Pete crollò sui gradini di casa di Joe con il fiato corto. «Potevi almeno prendere qualcosa, stronzo» rantolò, appoggiato tra il pacco di croccantini, le sacchette di cibo in scatola e il pacco di sabbia per gatti che l’avevano costretto a portare da solo.

«Spiacente, ho le mani occupate.» Joe fece un sorrisone mentre apriva la porta e reggeva con la mano libera Andy, sporto sopra la sua spalla ad annusare l’aria. Patrick lo seguì con la stupida lettiera e la stupida paletta e le stupide ciotole e basta, e a Pete non restò altro da fare che ringhiare e trascinare dentro il resto della roba.

Andy scese agilmente dalla spalla di Joe, si stiracchiò a fondo e trotterellò verso il salotto con la coda in aria a punto interrogativo. Joe lo imitò sgrachendo con un verso soddisfatto il braccio, di cui aveva iniziato a perdere la sensibilità, e Patrick ridacchiò.

Pete sbuffò alle loro spalle per tutto il tragitto dalla porta alla cucina, totalmente ignorato; mollò il sacco di lettiera in corridoio e con un ultimo grugnito scaraventò sul tavolo le cose da mangiare. Andy saltò sul tavolo senza complimenti e andò ad annusare la sgargiante confezione di cibo per gatti.

«Dite che sarà un problema?» chiese Pete attaccandosi al lavandino per bere manco avesse appena finito una maratona. «La carne nella pappa, intendo.»

«Sì, prova a dargli un po’ di tofu.» Patrick scosse la testa stressato mentre si guardava intorno in cerca di un punto dove piazzare le ciotole. «È un gatto - Andy o non Andy, fallo uscire e ti porterà con un topo morto in bocca dopo nemmeno mezz’ora. Quando tornerà normale potrà fustigarsi quanto vuole, ma per ora: manzo!» Tirò fuori una scatoletta da una delle buste e la svuotò nella più grande delle due ciotole, mettendola poi davanti ad Andy. Il gatto si avvicinò e sniffò sospettosamente il pappone dall’aspetto inquietante, poi alzò il muso verso Patrick con i baffi tutti flosci e affranti.

«Mi spiace, palletta» disse Pete. Gli accarezzò la testa e Andy miagolò, dandogli un colpetto col naso al polso.

«Oooh, lo stai addomesticando.»

«Fottiti Stump.»

Joe fece una smorfia a tutto quel pelo e manzo sul suo tavolo. «Avete presente che io ci mangio lì sopra, vero?»

Patrick scrollò le spalle e Pete gli dedicò un sorriso tutto denti. «Da adesso che siete una famiglia ci mangerete in due!» trillò.

«Pete, porta quella roba in bagno.»

Il bassista lanciò un lamento e uscì a capo chino dalla cucina, lasciando Andy alla sua pappa e Joe e Patrick alla sistemazione delle provviste.

«È ancora surreale» mormorò Joe passandosi una mano tra i capelli.

«Non credo che smetterà mai di essere surreale» rispose distrattamente Patrick, preso dalla lettura del retro di una scatoletta al pollo. «Andranno in frigo?»

Quando sarà tutto finito smetterà di essere surreale, pensò Joe lanciando un’occhiata al suo batterista - un suo stramaledetto amico che stava lappando pappa per gatti sul suo tavolo mentre muoveva la coda. Cristo. Si sfregò gli occhi, improvvisamente stanco. «Boh? Lasciale lì, le metto a posto dopo.»

Patrick lo guardò da sopra gli occhiali con aria preoccupata. «Hey, non serve a niente dannarsi l’anima adesso. Più che occuparci di lui e cercare informazioni non possiamo fare molto, quindi sta tranquillo.» Gli mise una mano sulla spalla strizzando piano. «Va’ a dormire, io raccatto Pete e torniamo domani.»

Joe sorrise debolmente. «Grazie Trick.»

Patrick sorrise a sua volta. Joe lo guardò uscire e dopo un po’ sentì Pete urlargli un saluto; rispose, poi rimase in silenzio ad ascoltare il rumore della porta che si chiudeva e di una macchina che veniva messa in moto. E il lappare di Andy.

Si voltò verso il gatto (sul suo tavolo, ah, lo sporco) e sollevò un sopracciglio. «Maratona Star Wars?»

Andy si leccò i baffi e ronfò la sua approvazione.

Ad ogni modo, a nemmeno metà de La minaccia fantasma Joe non riusciva a tenere le palpebre sollevate. Colpa di tutti i giri per la spesa, dello stress psicologico, della consistenza morbida e calda si Andy incastrato tra il suo fianco e lo schienale del divano - chissà, fatto sta che alle dieci e mezzo Joe aveva già spento la tv e stava barcollando tra uno sbadiglio e l’altro verso camera sua.

Ma ad un tratto si bloccò. Si girò, e trovò Andy che lo seguiva con un’espressione innocente. Si stava abituando troppo in fretta ad essere un gatto.

«Oh no no no, nemmeno per idea» esclamò Joe «Hai già profanato la mia giacca, il mio tavolo e il mio cuscino preferito, non avrai anche le mie lenzuola. Avanti, hai tutto il divano per dormire. Sciò!» Si mise le mani sui fianchi, perentorio e deciso a farsi rispettare. Andy rimase a fissarlo impassibile.

«Dio, è quasi più cocciuto di quand’era umano» sospirò, lasciandolo lì in mezzo alla stanza e sperando (pur sapendo essere speranza vana) di non risvegliarsi l’indomani con la faccia piena di gatto.

*

Joe non era sbronzo. Non aveva proprio toccato da bere, la sera prima, perciò quel peso assurdo alla testa non aveva il minimo senso. Aprì gli occhi e si specchiò in due pupille enormi cerchiate d'ambra. E un fottio di pelo.

«Cos-» sbottò, scattando a sedere per guardare stranito la palla di pelo appollaiata sulla testata del suo letto. Da dove…? Oh, giusto, Andy, che era un gatto che abitava con lui. Quasi avrebbe preferito la sbronza. «Cazzo, mi stavi camminando sulla testa

Andy si limitò a saltare giù dalla sua postazione sul cuscino di Joe e poi a terra, con una sferzata sprezzante della coda e un verso che sembrava tanto un “prrrmao”. Arrivò alla porta prima di voltarsi e puntare i suoi occhioni gialli verso Joe con fare accusatore.

Joe si tirò fuori dalle coperte con un lamento, dovuto tanto alla follia della sua sveglia quanto all’orario della sua sveglia (le otto. Di domenica!). Barcollò dietro al micio per metà corridoio e si infilò in bagno per recuperare una parvenza di umanità. Andy fece retromarcia e si sedette a guardarlo male dal corridoio.

Joe lo fissò a sua volta, espressione piatta e le mani all’elastico dei pantaloni. «Senti» scandì «Non se ne parla che io la faccia con te lì.» C’era un limite alle cose allucinanti che poteva assimilare prima di colazione, e l’aveva già superato venendo svegliato dal suo batterista che gli camminava sulla faccia con le sue nuove quattro zampe.

Andy miagolò e se ne andò. Se avesse avuto le sopracciglia gli avrebbe di sicuro lanciato uno sguardo molto cattivo - ma non erano speculazioni che Joe si sentiva in grado di fare senza caffeina in corpo.

La situazione non migliorò. Dopo aver fatto colazione - con Andy sul tavolo accanto a lui che sgranocchiava le sue crocchette e più genericamente gli ricopriva la cucina di pelo, sigh - Pete e Patrick si palesarono alla sua porta portando libri e provviste (ciambelle. Joe li amava).

«Ci siamo fermati in libreria» spiegò Patrick prendendo possesso senza tanti complimenti del tavolino in salotto. Sistemò portatile e caffè di Starbucks e salutò Andy con una grattatina alle orecchie intanto che il computer si accendeva. «Tutto bene qui?»

Joe annuì distrattamente mentre aiutava Pete a mettere a posto i volumi su quel che restava libero di tavolino, approfittando per spulciare i titoli. Oltre ad un’enorme enciclopedia veterinaria ed un tomo su tutte le razze feline umanamente conosciute c’erano libri come “La filosofia del gatto” e una quantità preoccupante di libri per bambini. Tirò su un libretto ridendo. «“Il gatto con gli stivali”?»

«Può far comodo tutto.» Pete scrollò le spalle e si lanciò sul divano accanto a Patrick, infilando subito il naso in “Il gatto che amava la musica”. Decisamente, non aveva idea di cosa fosse una spesa intelligente. Joe raccolse dalla pila uno dei pochi titoli che sembravano di una qualche utilità tangibile (“La magia del gatto: storie, leggende, misteri”) e si lasciò crollare su una poltrona con uno sbuffo. «Io mi rifiuto di leggere qualcosa che si chiama “DiarioMiao”, sia chiaro.»

*

Le ricerche furono tristemente infruttuose. I momenti più emozionanti furono quando persero mezz’ora sul sito dei Lolcats e quando l’incauto googlaggio di “uomini gatto” da parte di Patrick li portò ad un sito porno giapponese.

Patrick si rifiutò di cliccare oltre e si rintanò in cucina a farsi un tè.

(Pete salvò il link tra i preferiti.)

*

Cinque giorni dopo l’unico effetivo passo avanti era che Joe si era arreso a condividere la sua tavola con Andy e le sue zampe luride. Perché ne aveva ancora quattro, e mangiava ancora carne. Passo avanti verso il manicomio.

Andy era un gatto stranamente accomodante, secondo quel poco di esperienza quanto a felini che aveva Joe. Lo svegliava ogni giorno ad ore indecenti zampettandogli ogni volta su un punto più doloroso del corpo, sì, e aveva cercato di rifargli i tatuaggi con gli artigli quella prima ed unica volta che l’aveva tolto dalla tavola, ma non aveva combinato particolari casini: non gli assediava il letto, non trattava la lettiera come un parco giochi e - Joe non aveva ancora smesso di rendere grazie - non sembrava intenzionato a marcare il territorio. Una convivenza civile.

Un botto sinistro e un miagolio acuto annunciarono il crollo di una mensola da qualche parte della casa. Quasi civile, insomma.

«Cos’è stato?» chiese Pete dall’altro capo del telefono.

«Indovina» mormorò Joe «Cos’è questa storia del pacco, comunque?»

Dopo mezz’ora erano tutti riuniti nel salotto di Joe - che stava iniziando a somigliare ad una rimessa - a frugare nell’enorme pacco arrivato a casa di Pete la mattina stessa dal Nevada.

Jon Walker, uomo delle meraviglie in generale e santo patrono dei gatti nel particolare, aveva spedito una scatola piena di roba che “potrebbe servire. Al gatto, non a voi” insieme ad una lettera di raccomandazioni varie ed un post-it spiegazzato da parte di Brendon che esprimeva, con molti punti esclamativi, il desiderio di poter spupazzare presto l’adorabile palletta.

Andy aveva gonfiato il pelo quando gli era stato riferito.

Dallo scatolone emersero: un numero indefinito di topi di gomma, affari piumati e palline colorate; un beauty-case che doveva essere stato rubato a Ryan contenente shampoo di varia natura e altrettanti pettini (no, davvero, un guanto-spazzola? Pete suggerì candidamente che potevano in realtà essere inviti a pettinarsi diretti a Joe); un borsone-trasportino dall’agghiacciante fantasia chiaramente scelta da Brendon; un tappeto tiragraffi a forma di topo rosso, ugualmente scelto da Brendon; un pacco di quella che tutti credettero droga, finchè non videro Andy rotolarcisi sopra e capirono essere erba gatta.

«Io non ho posto per questa roba!» si lamentò Joe agitando sconsolato due topi. Andy lo osservava attentamente dalla spalliera del divano.

«Pensa che presto non ti servirà più» Patrick gli diede una pacca sulla spalla. «E poi, potrai pettinarlo!»

«Non ho intenzione di pettinare Andy.»

«Oh, oh! Posso farlo io?» chiese Pete con gli occhi sbrilluccicanti. Andy soffiò, risparmiando la fatica a Patrick o Joe.

Ma Joe si rese conto la sera stessa che la quantità di pelo che Andy andava spargendo in giro non era sostenibile; anche solo perché non aveva più una maglia nera che sembrasse, be’, nera. Sperò solo che Andy non la prendesse a male.

«Su, qua.» Si sedette a gambe incrociate sul divano, con un cuscino in bilico sulle ginocchia, facendo segno ad Andy di sedercisi sopra. Andy lo raggiunse - con tutta calma, ovviamente -, annusò il cuscino, ci montò sopra e fece qualche giro sul posto prima di accucciarsi. Poi alzò gli occhi su Joe e miagolò interrogativo.

Joe fu per un attimo tentato di darsi il manico del pettine in testa e svenire. Così, sembrava una cosa da fare. «Okay, sta’ fermo e, non lo so, rilassati?» mormorò, infilandosi il guanto-spazzola come se stesse per cominciare un’intervento a cuore aperto. Respirò a fondo - insomma, doveva solo pettinare Andy.

…la botta in testa sembrava sempre più allettante.

Dovette lottare seriamente per poter iniziare perché Andy aveva deciso di dover dare la sua approvazione alla spazzola, prima, e seguiva la mano di Joe per studiarla per bene ostacolando i movimenti del chitarrista. Joe si arrese e lo lasciò annusare l’accricco quanto volesse, approfittando per fare un po’ di zapping alla televisione. Quando, finalmente, Andy aveva smesso di tormentare la spazzola, Joe si mise all’opera.

Ridacchiò quando alla prima passata su tutta la schiena Andy sollevò automaticamente la coda, e prese come un buon segno il non essersi ancora trovato con degli artigli in faccia. Osservò il micio abbandonare pian piano la sua espressione sorpresa, spazzolata dopo spazzolata, e chiudere gli occhi. Poi sentì un rumore che lo fece sussultare.

Andy. Andy stava- stava facendo le fusa.

Joe spalancò la bocca per commentare perché, cazzo, le fusa. Era… ommioddio. In sei giorni non si era filato nessuno, da bravo gatto, e adesso gli stava ronfando in gambe. Dopo un po’ Andy aprì appena un occhio e Joe si rese conto di essersi imbambolato. Richiuse la bocca e si rimise al lavoro; Pete avrebbe saputo trovare le parole, ma lui non era così bravo.

Andy riprese la sua espressione zen e le fusa ripartirono a pieno volume. Possibile che una bestiola così piccola ronfasse così forte? Magari stava male, pensò Joe distrattamente. Gli lisciò il pelo sulla schiena, rendendolo lucido e soffice, e fece per passare ad un fianco quando Andy, con qualche spintarella, gli rotolò a pancia in su. A quel punto Joe decise che era meglio smettere di farsi tante pare mentali e semplicemente andare avanti.

Finì per perdersi nei movimenti, nella cadenza di ogni ruvida carezza con il sottofondo discreto delle fusa di Andy, la tv dimenticata su chissà quale canale. Era… rilassante. Come se insieme al pelo di Andy stesse ridando forma ai suoi pensieri. Si era fatto ormai tardi quando si accorse di aver finito, con una matassa di ciuffi di pelo a testimoniare il suo sforzo; Andy si era addormentato.

Si tolse il cuscino dalle gambe il più delicatamente possibile, per non svegliarlo, ma sentì comunque un borbottio eloquente. Scuotendo la testa con un sorriso lo lasciò sul divano, andando prima a buttare l’enorme matassa lontano dai suoi vestiti scuri e poi a buttarsi sul letto. Era strano che una serata tranquilla come quella trascorsa fosse stata anche una delle più assurde della sua vita.

Quando, dopo non molto, sentì il materasso abbassarsi impercettibilmente sotto un nuovo peso e affondare ritmicamente sotto zampe felpate, era abbastanza rincoglionito dal sonno da non fare altro che scivolare un po’ verso il bordo del letto e lasciare che Andy gli si raggomitolasse a fianco.

*

«Dovresti fare l’albero» disse Pete nel mezzo di una partita ad Halo, guidato da collegamenti mentali tutti suoi.

«Non basta così poco per distrarmi, Wentz» disse Joe, mordendosi l’interno guancia per la concentrazione. Sullo schermo, i suoi soldatini portavano avanti una sistematica mattanza di quelli di Pete; sotto la tv, Andy dormicchiava sopra la consolle, aprendo un occhio di tanto in tanto per guardare male i due (non si capiva bene se perché stessero disturbando il suo sonno o se fosse invidioso dei loro pollici opponibili che permettevano di tenere in mano un joystick).

«No, sul serio» annuì Pete, apparentemente indifferente all’annichilimento delle sue truppe. «Questo posto è così triste, servono un po’ di, sai… decorazioni decorative. E festoni.»

Joe si guardò un po’ intorno mentre nel videogioco Pete veniva annientato e partiva il caricamento di un’altra partita. Se c’era una cosa che il suo salotto non era, nelle ultime settimane, era triste: non con tutti i topi psichedelici che sbucavano da ogni parte, le bacchette piumate a mo’ di soprammobile e l’orrido tappeto rosso che Andy amava tanto squartare. Folle, sì - triste, ahimé non più.

«Sai, è vero» intervenne Patrick abbassando il libro sui gatti norvegesi che stava spaginando. Il fatto che avessero allentato il regime delle ricerche non significava che si fossero arresi o avessero rinunciato, solo, be’, un uomo può leggere solo un determinato tot di libri con la parola “gatto” nel titolo prima di impazzire.

«A voi cosa cambierebbe?»

«Dove pensi che passeremo le vacanze, con lui in quelle condizioni?» fece Patrick, guardandolo in un modo che diceva chiaramente duh per poi tornare alla sua lettura.

Joe si alzò, gettando il controller sul divano e sgranchendosi la schiena. «Mentre voi complottate per prendere possesso di casa mia, io vado a prendere da bere.»

«Uh, per me una soda» gli gridò dietro Pete.

Joe agitò vagamente una mano sparendo in cucina, e dopo qualche secondo Andy si alzò sbadigliando e lo seguì. Quando tornò, con una birra e nessuna soda, Andy gli trotterellava ancora dietro, e saltò sul bracciolo del divano dopo che Joe si fu rimesso seduto. «Non so, è che mi fa strano festeggiare ora come ora» confessò, e intanto si scostò automaticamente per fare spazio ad Andy. Il gatto lo superò con un piccolo balzo e si accoccolò mezzo sdraiato sulla sua gamba. Joe gli grattò sotto la gola e continuò dubbioso: «E poi niente albero, dovreste farvi bastare una channukkià.»

«Salute.»

Joe alzò gli occhi al cielo, allungando le gambe sul divano e tirando un calcio a Pete nel processo, tanto per; riprese il controller in mano e, prima di sbloccare la partita, spostò Andy in modo da non avercelo infilzato addosso. Andy brontolò in protesta ma si fece manovrare docilmente, mettendosi comodo infine tra lo schienale del divano e il fianco di Joe, con la testa sopra la sua pancia e una zampa allungata come un mezzo abbraccio. «Ma se portate l’albero voi, no problem.»

Sbloccò la partita e riprese a giocare, ma si fermò subito notando che Pete era pure più impedito del solito; in effetti, non stava proprio giocando. Si voltò verso di lui e Pete lo stava fissando con tanto d’occhi. «Che sta facendo?» chiese e indicò Andy.

Era un gatto, cosa doveva fare? A Joe non sembrava ci fosse nulla di strano in un gatto che faceva le fusa e… pedalava contro la sua pancia, okay, questo era strano.

«Sta facendo la pasta.» Anche Patrick si era messo a fissarli. Si raddrizzò gli occhiali e poggiò il libro sul tavolino tra divano e poltrona. «Quando sono particolarmente contenti, iniziano a fare così con le zampe. È tipo un’abitudine che rimane da quando sono cuccioli.»

Di sicuro almeno Patrick aveva imparato qualcosa da tutti quei libri. Joe sorrise, accarezzando il micio tra le orecchie; Andy fece un ronfo più sentito degli altri e gli premette la zampa più forte contro la maglia. Ahi. Ma comunque qualcosa che rendeva Joe stranamente orgoglioso.

Finché non si accorse che Patrick e Pete lo stavano ancora guardando. «Che c’è?» chiese, a disagio.

Pete appoggiò il joystick accanto al libro di Patrick, guardando furtivamente quest’ultimo prima di tornare al chitarrista. «Be’…» iniziò Patrick lentamente, come se stesse soppesando le parole. «È strano vedere Andy tanto remissivo.»

«Patrick, è un gatto.»

«Sì, ma è Andy, e quando mai Andy è stato così… espansivo?»

«…Non credo di capire dove stai andando a parare.»

«Andy sembra essersi affezionato molto» elaborò Pete.

Joe abbassò gli occhi sul ragazz- gatto in questione. Affezionato? Non l’aveva pensata così. Insomma, era ovvio che ci fosse un rapporto speciale tra loro due, ma perché Joe poteva ancora far funzionare un apriscatole e non farlo morire di fame. Era ruffianeria, come quando faceva lo sguardo innocente dopo aver fatto il tour panoramico del suo armadio o tirava fuori la faccia da cucciolo quando gli andava di giocare.

Tranne che non era solo in quei casi che lo andava a cercare: gli andava in contro ogni volta che rientrava dalla spesa, o da casa degli altri, e gli si strusciava sulle gambe facendolo inciampare per tutto il corridoio; sonnecchiava sempre accanto a lui, che fosse sul divano mentre guardava un film o in cima ad una pila di spartiti sulla scrivania quando lavorava al computer; e ogni notte si metteva a dormire sul suo letto, ma non cercava mai di prendere possesso di tutto il materasso - solo, voleva dormire con lui.

E a Joe non dava fastidio, davvero.

Ma… affezionato?

*

Il problema era che si stava abituando.

Si era lentamente abituato ad avere Andy tra i piedi, a saltare il terzo gradino delle scale dove Andy si appisolava perché il pomeriggio ci batteva il sole, a dormire sul lato sinistro del letto lasciando le coperte sollevate in caso Andy volesse intrufolarsi durante la notte. Ed era… grave.

Non pensava ci si potesse abituare. Insomma, non era qualcosa di cui prendere semplicemente atto, quella, non era una cosa di cui si poteva prendere atto perché non era una cosa che succedeva. Non si perdeva un amico e si guadagnava un animaletto domestico da un giorno all’altro, e non - non ci si abituava e basta!

Se ne rese conto mentre decorava l’albero che gli avevano portato, a poco più di una settimana dal Natale. Pete era seduto per terra a sistemare i gancetti sulle decorazioni che passava man mano a Joe, addetto ad appenderle, e sotto l’albero Andy, avvoltolato in un festone dorato con cui stava giocando fino a poco prima, fissava avidamente il movimento di ogni pallina.

Joe si era messo a ridere e aveva pensato che dovevano fargli assolutamente una foto. Non per prendercelo in giro in futuro, solo per avere una foto. Perché era un gattino tenero.

E in quel momento si era accorto che quella situazione aveva smesso di essere strana.

«Tutto bene?»

No, chiaramente no. Ma aveva annuito e Pete non aveva chiesto altro, tornando a far inseguire una pallina ad Andy, anche se di tanto in tanto gli lanciava qualche occhiata preoccupata.

Andy era un gatto e la cosa non era più strana. Era peggio di prima - era già una follia, ma questo era adagiarsi nella follia ed era ancora più folle. Quando era successo?

Quand’era che si erano arresi? Perché questo significava: arrendersi. E Joe non poteva proprio arrendersi, no.

Perché Andy - il batterista, l’amico, Andy - gli mancava, Cristo se gli mancava, e a quello non ce la faceva ad abituarsi.

*

Un pomeriggio Andy scomparve. All’inizio Joe non ci fece tanto caso perché, hey, chi era stato a dover tirare fuori Andy dalla lavatrice tre volte? Probabilmente aveva trovato un nuovo, entusiasmante anfratto da esplorare e ora stava cospargendo di pelo tutta la collezione di vinili di Joe o cos’altro. Passata l’ora di cena senza un miagolio, però, Joe si preoccupò un po’.

Setacciò mezza casa prima di accorgersi che la porta della stanza degli strumenti era aperta; doveva essere rimasta così dal giorno prima, visto che di solito la teneva sempre chiusa a chiave.

Entrò silenziosamente e accese la luce, immaginandosi già che scenario di caos apocalittico poteva trovarsi davanti; invece era tutto in ordine, non una cosa a terra o graffi visibili, anche se Andy era davvero lì dentro. Joe rischiò seriamente di fare qualche verso imbarazzante perché quella era davvero la cosa più tenera che avesse visto fino a quel momento.

C’era una batteria, in un angolo, la vecchia batteria di Patrick: quando ne aveva comprata una nuova non aveva avuto la forza di buttare l’altra, ma non aveva nemmeno spazio, perciò Joe si era offerto di tenerla; faceva sempre comodo, dopotutto. Andy si era addormentato sopra il timpano, acciambellato in un cerchio perfetto, con la coda che ciondolava fuori dal bordo del tamburo. Lì accanto il rullante era storto, segno che doveva aver provato a dormirci sopra ma non aveva retto.

Tenero da far venire il diabete.

Joe si avvicinò e lo prese delicatamente in braccio, sorridendo al “mrrr?” scocciato del gatto appena svegliato. «Ti manca, eh?» mormorò, andando a sedersi di fronte alla batteria su un divanetto stinto mezzo sommerso da fogli scarabocchiati. Lasciò che Andy scendesse e si stiracchiasse platealmente mentre toglieva una chitarra dal suo piedistallo accanto al divano e la accordava distrattamente. «Mancherebbe anche a me.»

Andy miagolò, avvicinando il musetto al manico della chitarra, e piegò un’orecchia quando Joe pizzicò pigramente qualche corda. Joe rise e si mise a suonare pezzi di vecchie canzoni, per sgranchirsi le dita; gli occhi gialli di Andy non mollavano per un attimo le corde vibranti, ipnotizzato.

Joe continuò a suonare, un po’ a caso un po’ riarrangiando loro pezzi, un po’ lavorando a dei passaggi che aveva buttato giù da poco, fermandosi solo ogni tanto per scarabocchiare qualche nota su uno spartito o scacciare le zampe di Andy dalla sua chitarra (doveva averla scambiata per un nuovo giochino). S’interruppe a metà di una scala, bloccando le corde con una mano.

«A questo punto» disse ad Andy con un sorriso triste, allungando il braccio oltre alla chitarra per accarezzarlo «Patrick direbbe che è troppo veloce, e tu per farlo incazzare ti metteresti a dire “no, no, è perfetta!” e a suonarci sopra qualcosa degli Slayer o, tipo, i Meshuggah. E di solito ci stanno anche bene, ma Patrick ci tirerebbe comunque la custodia della chitarra perché non capisce gli scherzi.»

Andy provò a mordere le corde nell’insperato momento di calma. Joe mise via la chitarra con una smorfia. «Smettila di molestare la mia chitarra.»

Prese in braccio Andy - che guardò con malinconia quel bellissimo gioco allontanarsi - e uscì, spegnendo la luce e ricordandosi di chiudere la porta. «Stavo facendo un discorso serio» lo rimproverò «Dico a te, bestiaccia.»

Andy smise di ignorarlo e lo guardò negli occhi, naso contro naso, con le orecchie un po’ abbassate. Joe aprì la bocca per continuare ma la richiuse subito. Non aveva proprio un discorso preparato, a dire il vero. O meglio, non serviva un trattato per dire che Andy gli mancava come a lui poteva mancare suonare, o poter usare un computer.

«Torna presto, okay?» disse semplicemente, e si portò Andy a dormire senza aspettare che fosse l’altro a raggiungere il suo posto nel letto.

*

«Auguri!» strillò Pete stritolando Joe in un abbraccio umido e freddo.

«Dio, Pete» ringhiò Patrick, correndo a chiudere la porta rimasta aperta da cui entravano folate d’aria gelida e un bel po’ di neve. Pete provò a gettarsi su Patrick, giacca coperta di neve e tutto, ma venne bloccato da un minaccioso coltello per il pane. Patrick se ne tornò sospirando in cucina, lasciando Pete nell’ingresso di Joe a ridere e scrollarsi la neve di dosso come un cane. Di sicuro non era Joe quello che avrebbe pulito.

«Dov’è Andy?» chiese intanto che appendeva a sgocciolare più vestiti possibile.

«Di là» indicò Joe verso il salotto. «È seduto in finestra da stamattina.»

«Ooh, scruta l’orizzonte malinconico?»

«Credo stia solo approfittando del termosifone, sai.»

Pete corse a salutare Andy, e Patrick e Joe dalla cucina lo sentirono strillare allegramente qualcosa come sentirono Andy soffiare a pieni polmoni. «Chi dici butterà giù l’albero per primo?» domandò Patrick con forse un po’ troppo entusiasmo, mentre tirava fuori svariati piatti mai usati da una credenza.

«Dico che se quel trespolo con le foglie non è crollato quando ci si è arrampicato l’idiota con la coda, non cadrà più.» Ma il volume di qualunque cosa stessero facendo iniziava a diventare preoccupante.

Poco dopo Pete entrò trionfante con un sorriso esagerato e un Andy dall’aria scocciata che agitava la coda tra le braccia. Lo fece scendere e Andy si allontanò subito, andando a strusciarsi sulle gambe di Patrick. «Sì, lo so» gli rispose lui sistemandosi gli occhiali con aria lungamente provata.

L’azione congiunta di tre madri (e la nonna di Joe, che era andata in brodo di giuggiole quando aveva saputo che il suo nipotino iniziava finalmente una sana tradizione a casa sua. Anche se insieme a quei ragazzi particolari con cui lavorava) aveva procurato più cibo di quello che fosse necessario per festeggiare la Vigilia, o di quello che fosse possibile mangiare in un mese; la tavola era ricoperta di vassoi e teglie, salvo un angolo libero per farci salire Andy.

«Spero che mia madre non venga mai a sapere di questa cosa» mormorò Joe sconsolato quando Andy balzò agilmente al suo posto sopra la tovaglia buona. Pete si bloccò a metà salvataggio di una foto fresca fresca, abbassando il sidekick con aria colpevole.

*

«Posso morire» annunciò Patrick al mondo crollando sul divano, un paio d’ore e molte, molte portate più tardi, quando ormai l’unica cosa rimasta a tavola erano piatti da lavare che non si sarebbero offesi a venire ignorati fino all’anno nuovo.

Pete si buttò al suo fianco. «Trickster, non puoi andartene prima di Capodanno!» Fece uno dei suoi sorrisi che mostravano troppi denti e mise i piedi sulle gambe di Patrick, muovendo allegramente le punte sotto i soli calzini. Patrick lanciò un lamento e si abbassò il cappello sulla faccia.

«Dite che saremmo tutti e quattro?» Joe appoggiò un paio di birre a portata di mano e si sedette sulla poltrona libera, alzando automaticamente il braccio per far passare Andy e farselo sedere in grembo.

«Joe, siamo in quattro.»

«Hai capito, Pete.»

«Lo spero» disse Patrick «Mangiare con un piumino sul tavolo non è un’esperienza che voglio ripetere.»

«Dovremmo farlo più spesso, comunque. Di stare a casa. È divertente!»

«Assolutamente, perfetto, me li lavi tu i piatti?» propose allegramente Joe. Ricevette in risposta un bacio soffiato e un dito medio forte e chiaro.

«Io» esclamò Pete, scattando in piedi come se non si fosse spazzolato metà dei dolci natalizi dell’Illinois. «Mi occupo dei regali! Aspettate qui!» Un borbottio assonnato lo rassicurò che no, tranquillo, vai pure, non fuggiremo da nessuna parte. Tornò in un lampo con una busta rossa e verde da cui sbucavano fiocchi e bigliettini. «Prima quello per Andy. Trick, apri tu» gli lanciò un pacchettino piatto e sottile.

«Oh, vaffanculo Pete.»

Si voltarono verso Joe, che li stava fissando incredulo. Pete abbassò il secondo pacco, accigliandosi. «Scusa?»

«Cosa…» gesticolò in direzione delle mani di Patrick, dove in un tripudio di carta colorata faceva mostra di sé il primo regalo: un collare. Un collare nero con una targhetta d’argento che scintillava debolmente a ritmo delle lucine dell’albero. Spostò lo sguardo dal regalo a Patrick e poi a Pete, come se non ci potesse credere. «Che dovrebbe essere?»

Pete lasciò da parte i pacchetti e si sedette sul bordo del divano, teso. «È un regalo.» Scambiò un’occhiata con Patrick. «Per Andy.»

«Che stavi pensando? È uno scherzo?»

«Penso che tu te la stia prendendo senza motivo.»

Joe rise, forte e senza divertimento. «Cazzo, hai regalato un collare ad Andy.»

«Salve, forse è un po’ che non ci vediamo, ma ti sei accorto, accidentalmente eh, che è un gatto?» disse in tono acido. Patrick intanto si levava di dosso pezzi di carta da pacchi, posava il collare e si raddrizzava gli occhiali, guardando Joe in silenzio, le labbra strette in una linea dura.

«Ma infatti, cosa vuoi che sia!» si mosse come per alzarsi, ma l’avere Andy appisolato sulle gambe lo trattenne. «A voi non è mai fregato niente che Andy fosse diventato un gatto, era solo divertente che fosse un gatto

«Smettila» gli intimò Pete.

«Smettetela voi di comportarvi come se non ve ne fregasse niente!»

«Tu,» sussurrò Patrick, e sia Pete che Joe ammutolirono. Patrick stava passando Joe da parte a parte con lo sguardo, e aveva il tono trattenuto di quando si stava arrabbiando sul serio. «Connetti il cervello alla bocca quando parli o è un optional?»

Joe indietreggiò impercettibilmente nella poltrona, da sempre a disagio a discutere con Patrick. «Non sono io quello che se ne frega se Andy è così-»

«Quello che se ne frega?» sbottò. «Lo sai chi è che viene tartassato di chiamate da Mixon da due settimane? Lo sai chi è che ha passato le notti in bianco a riorganizzare il lavoro perché un membro del gruppo è scomparso? A sopportarsi le urla di un manager diverso ogni sera?»

«Non-»

«Mentre tu giocavi al dottor Dolittle, era Pete che chiamava la madre di Andy e la sentiva singhiozzare al telefono, senza poterle dare un solo fottuto motivo decente per cui suo figlio non avrebbe passato le feste da lei!»

Joe rimase immobile, cinereo, con le mani strette attorno ai braccioli della poltrona. «Non avete mai detto niente. Voi- facevate come se fosse tutto normale, sarebbe giusto questo?»

Patrick si passò le mani sugli occhi, sbuffando. «Cosa avremmo dovuto fare, pregare? Pentirci? Non c’era niente di utile da fare - niente - e di sicuro non serviva a un cazzo piangerci addosso.» Si alzò, senza guardare Joe. «Se avessi tirato fuori la testa dal culo l’avresti capito pure tu.»

E Joe non sapeva davvero come rispondere, cosa dire per fermare Patrick e farlo tornare indietro, per scusarsi o prenderlo a pugni, perché lui non aveva proprio idea-

«Non ci stiamo divertendo» disse Pete in tono piatto, alzandosi anche lui. «Di solito sei perspicace, ma oggi hai fatto davvero il coglione.» Gli strizzò una spalla e seguì Patrick, salutando con un sorrisetto mesto. Per qualche attimo in tutta la casa si sentirono solo dei passi, delle parole scambiate a bassa voce, e quindi lo scatto della serratura che si chiudeva. Poi silenzio.

Joe scattò in piedi, facendo cadere Andy a terra. Lo ignorò mentre miagolava offeso, voleva solo- voleva rompere qualcosa. E non voleva ammettere che ogni parola di Patrick, e di Pete, era la verità.

Travolse le bottiglie appoggiate per terra con cupa soddisfazione, la birra che si allargava sul pavimento e sotto i mobili macchiando la stoffa del divano, e fuggì in camera sua; tentò di cambiarsi, togliendosi la maglia, ma riuscì solamente ad infilarsi una t-shirt e mandò tutto al diavolo. Gli tremavano le mani.

Non era rabbia. Anzi, era rabbia, ma… non sapeva spiegarlo. Si vergognava del suo comportamento, di aver creduto di essere il solo a sentirsi male ignorando i suoi amici e quello che dovevano star passando loro, ma contemporaneamente sapeva di aver ragione. Era giusto che stesse peggio degli altri, perché era lui quello che per un mese aveva dovuto convivere con quel dannato gatto, vedendo ogni mattina quello che Andy era diventato. Ogni schifosa mattina, ogni attimo della giornata, impotente.

Si stese sotto le coperte, respirando pesantemente e fissando il soffitto al buio. Dopo non sapeva quanto tempo sentì un peso familiare affondare sul piumone, sempre più vicino passo dopo passo. Il musetto bianco e marrone sbucò da oltre il piumone, osservandolo con quegli occhi che non erano chiari, che non erano espressivi, che non erano di Andy, anche se potevano somigliargli. Si girò di scatto dall’altra parte, dando le spalle al gatto.

Né Pete né Patrick sopportavano tutto questo. Il fruscio del gatto che si intrufolava sotto le coperte gli fece bruciare la gola, senza motivo, come senza motivo il calore del corpicino che sfiorava la sua schiena gli impediva di respirare.

Non faceva lo stesso effetto a Patrick e a Pete. Lui stava peggio, soffriva di più e aveva tutte le ragioni per lamentarsi. Non potevano dirgli niente.

Perché - e fu un pensiero appena abbozzato mentre Joe scivolava nel sonno, sconfitto dal tepore, o dalla stanchezza, o dalle scie umide che gli percorrevano le guance - non erano loro quelli innamorati di Andy, cazzo.

*

Le prime cose che Joe sentì, svegliandosi, furono zero voglia di tirare fuori un dito dalle coperte e qualcosa di umidiccio sulla faccia.

Quanto alla prima cosa non c’era da sorprendersi: aveva fatto un gran casino, la sera prima. Doveva trovare un modo di scusarsi, anche se a quest’ora Patrick aveva di sicuro fatto sbollire la rabbia ed era pronto a perdonarlo con un calcio negli stinchi o un’offerta di caffè. Ad ogni modo, era stato un’idiota e doveva chiedere scusa.

Quanto alla seconda, gli venne solo voglia di lamentarsi perché, porca miseria, gli sembrava di aver messo in chiaro sin da subito che, sebbene potesse sopportare che gli si camminasse in faccia, non voleva essere svegliato a lappate.

«Tu, coso peloso» biascicò, agitando un braccio alla cieca per scacciare il gatto. Ma quello che incontrò fu pelle.

Raggelò, il fiato bloccato in gola e il braccio bloccato a mezz’aria. Non c’era pelo, c’era pelle. E c’era un corpo premuto contro il suo fianco, un corpo caldo con braccia e gambe e un petto, proprio attaccato al suo.

Spalancò gli occhi.

«Joe» disse Andy, allontanando le labbra dalla sua fronte per sorridergli appena, con gli occhi brillanti e i capelli impossibili.

«And…» La voce gli uscì strozzata, tremula. Andy era di nuovo umano. Andy era di nuovo Andy e gli stava baciando il mento e lui non aveva mai visto niente di più bello di quella faccia da idiota, niente. Deglutì e riprovò: «Andy…?»

Andy premette la fronte sulla sua, stringendogli la spalla con la mano su cui non si stava reggendo. «Sono tornato» sussurrò, anche la sua, di voce, roca, come arrugginita. E poi alzò gli occhi verso quelli di Joe, non più gialli, non più con quella pupilla sottile, e lo guardò come se dovesse leggergli dentro o come se Joe dovesse leggere dentro di lui. E forse lo fecero sul serio.

L’attimo successivo Joe lo stava stringendo come se fosse una questione di vita o di morte, dopo aver invertito le posizioni, baciandolo con abbastanza forza da poterlo far scomparire dentro il materasso. Non era raffinato o sensuale, o qualcosa di talmente bello da farti sciogliere la spina dorsale - era frenetico e bisognoso ed era meglio.

«Andy» balbettò, premendo il viso senza senso contro le sue guance, le dita affondate tra i suoi capelli. «Andy Andy Andy Andy Andy

«Ci sono, sono qui» mormorò, mentre gli passava le mani sulla schiena ancora e ancora, lottando un momento con la maglia e dimenticandosene quello dopo per toccargli le braccia e poi il collo, in un semplice bisogno di sentire. «Dio, quant’ho odiato non poterti rispondere, toccare-»

«Sentivi? Tu ti ricordi?»

«Sì. Non so come, ma ero in me, e capivo tutto, ma ero…» si bloccò, si staccò di un poco e gli fece sollevare la testa. «Joe.» Gli prese il viso tra le mani e lo baciò seriamente, sciogliendogli davvero la spina dorsale e facendogli esplodere fuochi d’artificio nel petto.

«Non provarci mai più» ansimò Joe una volta separati, mordendogli il collo. Andava tutto bene, ora. Si rese conto che era così che dovevano essere le cose, così che sarebbero dovute andare da sempre, si rese conto che non era mai stato più felice in vita sua. E che Andy era, tipo, nudo.

Mai. Stato. Più. Felice.

Andy lo ribaltò con una spinta, spingendolo contro i cuscini in disordine mentre coperte e lenzuoli scivolavano un po’ ovunque scoprendolo - dio, quanto gli erano mancati quei tatuaggi? Quella pelle liscia, troppo pallida o troppo colorata? Quel corpo, le mani che lo aiutavano a togliersi la maglietta, i capelli che lottava sempre per tenere a posto, le labbra rosse e gonfie di baci? Okay, quest’ultimo particolare era piuttosto nuovo ma Joe lo amava già.

Sorrise al gemito che gli strappò premendosi tutto contro di lui, spalle petto bacino, e prese ad accarezzargli la schiena mentre Andy gli baciava la gola. Seguì ogni muscolo, sovrapponendo disegni immaginari a disegni d’inchiostro, graffiando appena ogni volta che Andy lo sfiorava con la lingua e facendolo invece sospirare ad ogni movimento delle gambe tra le sue cosce.

Gli stava giusto percorrendo con le mani la spia dorsale, catalogando ogni vertebra e ogni suono che Andy soffocava nella sua bocca quando la porta si spalancò.

«Trohman, sei un coglione, ma se stai male non posso lasciarti-»

Andy e Joe si bloccarono e si staccarono in tutta fretta. Anche Patrick si era bloccato, con un dito alzato e il viso corrucciato, ma non sembrava pronto a fare nulla, né in fretta né con calma. Oltre ad avere un aneurisma, chiaro.

Pete spuntò da dietro Patrick. «Oh, guarda, Andy è tornato normale» esclamò con un sorrisone.

Patrick si riprese e fece in tempo a richiudere la porta evitando un cuscino in faccia a Pete. «Potevate avvertire! Che Andy era guarito! O che non eravate presentabili!» strillò, la voce talmente acuta che nemmeno la porta aiutava molto.

«È successo ora!» urlò Joe, piccato, mentre Andy rideva e faceva allegramente: «Ciao Patrick! Pete!»

«Ciao Andy!» rispose altrettanto allegramente Pete.

«Ma voi che ci fate in casa mia?!» Joe ci provava a mantenere una parvenza di sanità mentale nella conversazione, ci provava davvero. Ma era difficile con una mano di Andy sull’elastico dei pantaloni.

«Eravamo venuti per farti gli auguri di Natale e chiarire dopo ieri sera, brutto stronzo, ma poi abbiamo sentito rumori e abbiamo pensato che potevi esserti impiccato e - non state continuando, vero?!»

«No!»

«Hurley, eri meglio con la coda!»

«Ragazzi, vestitevi e uscite che a Patrick sta venendo un ictus.» Patrick balbettò qualcosa indignato ma Pete lo zittì. «A proposito, bentornato Andy!»

Aspettarono di essere certi che si fossero levati da dietro la porta poi si guardarono. «Non ho voglia di vestirmi» disse Andy con un sorrisetto.

«Non hai mai voglia di vestirti» Joe alzò gli occhi al cielo e lo baciò, e all’inizio era un po’ scomodo perché anche lui stava sorridendo come un matto ma ovviarono al problema in breve.

Joe si staccò con una smorfia. «Sai di cibo per gatti.»

«Ma no.» Andy lo guardò in una maniera che sarebbe stata più convincente se avesse avuto gli occhiali. «Pensavo ti piacesse.»

Joe affondò il naso nell’incavo tra il collo e la spalla di Andy e scoppiò a ridere. Davvero, mai stato più felice.

*

«…quindi.»

Andy, vestito e pettinato e occhialuto, guardò Pete seduto di fronte a lui incrociare le mani sul tavolo, come in attesa. «…quindi?»

«Quindi una spiegazione!» Scosse la testa.

«Boh? Non so perché sono diventato un gatto - non eravate voi quelli presi dalle ricerche? - e non so nemmeno come sono ritornato normale» disse. In realtà qualche ipotesi c’era, ma era molto… vaga.

«Quindi è stata la bacchetta magica di Joe, capisco.»

Lo fissarono tutti.

«Non è guarito col sesso?» chiese, incerto.

«A parte che non abbiamo fatto niente - Pete, idiota, quello è successo dopo

«…»

«Tu stai male» proferì Patrick con gli occhi sbarrati. Bloccò sul nascere i “Ma Trick-!” e concentrò la sua totale attenzione su qualsiasi altra cosa che non fosse Pete. «Non mi interessa sapere com’è successo, voglio solo festeggiare bevendo finché non mi si cancellano tutti i ricordi dalla prima elementare in poi» disse con calma. Poi guardò Andy e Joe con un sorriso. «Sono contento, ragazzi. Per tutto.»

Andy gli sorrise in rimando, abbassando gli occhi imbarazzato, mentre Joe provava a scusarsi di qualunque cosa e veniva ostacolato da Pete. «Patrick, era un’ipotesi perfettamente lecita!»

«Tu e i tuoi siti non avete niente di lecito! Non avevo cancellato la cronologia?»

«Ma Trick, non è colpa di internet-»

«È questo il problema!»

Joe diede un colpetto con il ginocchio alla gamba di Andy. «Hey» disse piano, per non interrompere il pittoresco litigio. «Bentornato davvero.»

Forse c’era un motivo per tutta quella storia. Forse serviva qualcosa di folle per far capire certe cose ad uno e far decidere l’altro, forse era solo un perverso disegno superiore, forse non avrebbero mai saputo perché Andy si era trasformato o cosa l’avesse riportato alle sue vere sembianze, se una congiunzione planetaria o il Natale o qualcosa di più… umano. Comunque, era finita piuttosto bene. No?

Mentre Pete e Patrick discutevano ancora se staccare o no la connessione di casa di Pete, Joe passò una mano dietro la nuca di Andy e si chinò a baciarlo.

Era quasi sicuro che Andy stesse facendo le fusa.





Note informative:
- non so come funzioni in America, ma il mio gatto è effettivamente registrato sotto il cognome di famiglia nel suo "libretto sanitario", quindi smettetela di guardarmi in quel modo e di ridacchiare
- i libri citati esistono tutti. Pure DiarioMiao u_u
- la channukkià è il candelabro ebraico a otto braccia (anche 'hannukiah')
Tags: fanfic: slash, fanfiction, music: fall out boy
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